Non vedo l’ora di tornare a correre nelle mie campagne. E’
un mese che giro come una trottola attorno al mio cortile ed è sicuramente
meglio di niente. Ma le mie campagne sono il meglio che ci sia in fatto di
palestra. La strada Preloreto, l’alzaia del Naviglio Grande, la via Valle di
Pontevecchio che porta alla Fagiana, gli sterrati tra Casterno e Carpenzago tra
i fontanili su tutte. Non c’è paragone. Il resto è nulla a confronto. Mi manca,
cosa volete che vi dica. Qualcuno mi darà dell’insensibile e del viziato di
fronte alla tragedia. Va bene, non avete capito niente sappiatelo. Stiamo
galoppando nella stagione migliore per il runner.
Quella in cui le gambe
spingono anche se il cervello dice no. Quella che ti fa venire voglia di
correre forte, a perdifiato fino a non farcela più. Quella in cui ti avvicini
ad un fosso e lo salti senza manco pensarci. Quella in cui sei solo con il
mondo che ti circonda. Anzi, non sei solo. Sei con la moltitudine di animali
che ti circonda. Quella in cui ingaggi una gara con una mini lepre e ne esci
irrimediabilmente sconfitto. Quella in cui dopo una corsa, ti fermi e guardi in
alto. Sorridi perché sei felice di poter correre libero come il vento.
Questa è
la primavera del runner e farla in quarantena è la cosa peggiore che ci possa
essere. La foto a questo post è la medaglia consegnata on line ai partecipanti
alla prima ‘Stra in casa’ organizzata a favore degli ospedali. Forse ci saranno
altre gare simili. Spero poche. Perché io non vedo l’ora di tornare a correre
nelle mie campagne.
Non è certo la prima volta, nel corso della mia carriera da
runner cominciata nel lontanissimo 1986, che stacco la spina. L’ho fatto
diverse volte. A causa di infortuni, mai gravi per fortuna, per impegni, per
mancanza di voglia che inevitabilmente a volte sopraggiunge. Scrivo questo
articolo, che poi non è un articolo bensì un semplice pensiero, non a seguito delle varie
polemiche scoppiate nelle ultime settimane da parte di molti che additavano i
runner come soggetti irresponsabili e menefreghisti nei confronti della
popolazione e capaci solo di pensare al loro benessere fisico e nient’altro.
Su questo farò un'attenta riflessione solo quando terminerà il problema mondiale. Al momento mi limito a due righe.
Allora, io parlo per me stesso. Non posso parlare di una moltitudine di persone
che non conosco. In mezzo ad un paio di milioni di individui che praticano lo jogging
o la corsetta domenicale c’è di tutto. Da quello sensibile a quello che gli
importa solo del suo aspetto. La cosa che mi ha rattristato è stata quella di includere
tutti nella stessa categoria.
Da un mese a questa parte esco di casa solo due
volte la settimana. Una mattinata perché svolgo servizio in ambulanza presso la
Inter Sos di Magenta e un paio di ore all’Iper per la spesa. Anche nel mio
lavoro da cronista ho preferito fare tutto da casa, via telefono o grazie alle
tecnologie moderne. Pur avendo i giornalisti l’autorizzazione a circolare per
motivi di lavoro essendo il nostro mestiere considerato di pubblica utilità.
Ma nel mio blog parlo solo di corsa e a quello mi devo
attenere. Come svolgo i miei allenamenti in questi giorni? Come sempre! Ma come
è possibile se non puoi uscire dal cancello? dirà qualche lettore. Certo mancherà l'intensità, ma per il resto cambia poco. Quando
cominciai a correre, circa 33 anni fa, uscii per la prima volta lungo un
percorso di 1600 metri e dopo 1000 fui costretto a fermarmi da tanto che avevo
il fiato corto. Impiegai un paio di settimane per riuscire a completare il
miglio senza mai fermarmi.
Quando stacco la spina non resto mai completamente
fermo. Mi limito a fare qualche centinaio di metri di corsa lentissima giusto
per rinvigorirmi. Non faccio parte della categoria dei super runner: “o esco e
faccio 30 chilometri o me ne sto a casa, tanto non ha senso correre per pochi
metri attorno al proprio cortile”. Invece no. Ha senso eccome anche correre per poche
centinaia di metri a ritmo da lumaca. Sabato ho corso per un chilometro attorno al perimetro
della mia casa in 7 minuti e domenica ne ho fatti due di chilometri sempre a
ritmo lentissimo. Ma va benissimo così. Non me ne importa niente di quello che
potrebbe dire il miglior allenatore di questo mondo perché il miglior
allenatore di me stesso sono proprio io. E finché dura la quarantena si fa così.
Domenica 2 febbraio era in programma la settima edizione
della StraMagenta. L’unica gara che ho sempre fatto, anche nei momenti più
difficili della mia vita. Nessun problema, quindi, se ho trascorso la notte tra
venerdì e sabato all’aeroporto di Casablanca e sono rincasato verso le 13. C’era
tutto il tempo per recuperare dopo una settimana piuttosto movimentata cominciata
il sabato precedente a Marrakech, continuata il giorno dopo con la mezza,
proseguita nel Marocco centrale e finita tra Ceuta e la valle del Rif. Insomma,
avete capito che l’avventura e la voglia di raccontare e conoscere popoli
diversi fa parte integrante della mia vita.
Quindi sono tornato da quel
viaggio, non dico riposato, ma pronto per nuove esperienze. Domenica 2 era d’obbligo
presentarsi alla linea di partenza della gara che si core davanti alla mia
casetta. L’ho chiusa in 44’. Conclusa la classica sui 10 km il mio programma
prevedeva la mezza di Trecate domenica primo marzo e il Tapacross il sabato
successivo a Robecco sul Naviglio. Due appuntamenti, purtroppo, annullati a
causa del Coronavirus. Nella foto sono con Silvia Oggioni, la bravissima atleta
vincitrice della settima StraMagenta. Come da tradizione all’arrivo devo farmi
fotografare con la prima donna.
La prima gara di questo 2020 l’ho corsa niente meno che in
terra d’Africa. A Marrakech, Marrocco. Lo scorso 26 gennaio era in programma la
maratona internazionale e la mezza ed è sulla distanza dei 21km che mi sono
cimentato. Una bella esperienza. Ci tenevo, lo volevo e l’ho fatta. Circa
13mila partecipanti provenienti, soprattutto, dalla Francia e da altri paesi
europei. A farla da padroni sono stati i marocchini, gli atleti di casa. Sia nelle
prime posizioni che nelle retrovie. Gli ultimi tre chilometri, particolarmente
sofferti per la temperatura che si alzava e alla quale non ero abituato, li ho
corsi in compagnia di alcuni colleghi runner magrebini.
Ridevano e scherzavano
e mi prendevano pure in giro. Indossavo la maglia della mia squadra, i
Tapascioni di Robecco ed ero facilmente inquadrabile come straniero. “Italiano?
Spaghetti e pizza ahaha”, dicevano. Pure questo mi tocca sentire. Nulla da dire
sull’organizzazione. Pressoché perfetta. Dal primo all’ultimo metro. Confesso di
non trovarmi a mio agio in mezzo alla calca. L’attesa alla partenza durata una
mezzora in mezzo ad altre centinaia di partecipanti, mi innervosiva. Ma tantè,
un po’ di attesa ci sta. Abbiamo attraversato lunghi rettilinei tra bambini che
applaudivano ed erano pronti a darti il cinque.
E’ stata un po’ la sorpresa il
Marocco della corsa. Conosco i talenti nordafricani, ma non pensavo ci fossero
così tanti appassionati che si allenano durante la settimana. Ero convinto che
in un paese ancora, per buona parte, povero, non vi fosse spazio per le attività
collaterali, per lo sport praticato in maniera amatoriale. Invece non è così. Ragazze
e ragazzi che, senza alcuna velleità agonistica, corrono perché amano farlo.
Scorro la classifica e mi ritrovo inglobato in decine di altri runner, tutti di
casa. Non so se correrà ancora questa gara a Marrakech. Ma di sicuro in Africa
ci tornerò, anche per correre.
IL LINK AL MIO ARRIVO
Dopo un paio di anni di assenza sono tornato a correre il
Boffacross. Sabato scorso ho avuto buone sensazioni dal saliscendi continuo e a
volte micidiale di quello che viene soprannominato il cross selvaggio.
Senza un
metro di pianura attorno al centro sportivo di Boffalora sopra Ticino. Bello,
duro e divertente. Quindi va bene così, altrimenti che cross sarebbe…
Il prossimo 26 gennaio correrò, se Dio vuole, la mezza
maratona di Marrakech. Città che già conosco avendola visitata un anno e mezzo
fa. E’ andata più o meno così. Tutto per caso, come sempre. Con Khalid eravamo
d’accordo di andare di nuovo in Marocco, nel nord del paese, tra Casablanca e
Ceuta a vedere una zona che personalmente ancora non ho visto.
A fare un
reportage sui migranti e sulla violenza perpetrata dall’Esercito nei confronti
di chi vuole varcare la frontiera. Il periodo era la fine di gennaio e così mi
sono ricordato che l’ultima domenica del primo mese dell’anno si organizza la
mezza e la maratona a Marrakech. Gara alla quale partecipano circa diecimila
runner provenienti da tutta Europa con un numero impressionante di forti atleti
africani. “Perché non anticipare di un paio di giorni il viaggio e fare la mia
prima mezza nel nord Africa?”, mi sono chiesto. Detto e fatto; per me prenotare
e iscrivermi è questione di un secondo. Non avendo velleità agonistiche la
prenderò come una passeggiata o poco più.
Cercherò di allenarmi, senza
esagerare (considerato che appartengo alla categoria SM 50 e la cosa mi mette i
brividi) per godermi una corsa in una città che ti porta indietro di due o tre
secoli. Marrakech è unica nel suo genere. Manca un mese o poco più. Running in
Africa, road to Marrakech!
Clicca per visitare il sito della maratona di Marrakech
La Naviglio Grande Run è una delle corse che più apprezzo.
Si corre da Robecco a Turbigo per poco più di 17 chilometri ed attrae molti
runner da Milano. E’ la terza edizione, le ultime due le ho fatte.
Ho sbagliato
abbigliamento soffrendo molto il caldo negli ultimi chilometri e il male ai
tendini non mi da tregua. Sono stati di poco sotto i 5’ al km…